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Mes de magg  
Me lo dicevano sempre i miei genitori. Trent’anni dopo, con mia moglie lo dicevamo a nostro figlio.

 

 

Domenica ore 05:00. Ho aperto un occhio per vedere l’ora e per colpa del maledetto vizio di mettere il cellulare sottocarica (acceso) sul comodino, prima di girarmi per il sonnellino conclusivo, ho buttato un occhio a facebook. Non devo farlo più. 

C’era un video “AMATORIALE” che un mio contatto (A) ha condiviso dalla pagina di un suo contatto (B) il quale lo ha condiviso da un suo contatto (C) che a sua volta l’ha condiviso… e via così. 

Bene, cioè… male. Il video, stamane aveva avuto 18.533 visualizzazioni.

 

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Si tratta del video (di otto secondi) relativo alla tragedia avvenuta al rider che ieri (19/05/2018) ha perso una parte di gamba nell’incidente che ha avuto con un tram. 

Il “condiviso” (B) al video ha aggiunto un commento che indubbiamente trasmette l’angoscia che lui/lei prova per la notizia, come tutti noi, oltre allo sdegno per la situazione contrattuale dei riders.

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Due sono le considerazioni che desidero fare su questo post e la sua pubblicazione. 

Parto con la seconda affermazione fatta nel commento, quella del “i riders non hanno diritto …..”.
Mi sento di dire che loro per primi, dovrebbero smetterla di chiamarsi rider, ma iniziare a chiamarsi col proprio nome: fattorini. E noi, dovremmo fare lo stesso.

Giornali, TG e radio, più o meno tutti hanno titolato così: Milano, rider perde una gamba sotto al tram. - Rider cade e resta incastrato sotto il tram. - Rider perde una gamba sotto al tram -

Io dico che… Milano, fattorino perde una gamba sotto al tram. - Fattorino cade e resta incastrato sotto il tram. - Fattorino perde una gamba sotto al tram - sarebbero dei titoli più consoni che immediatamente fanno capire di che lavoro si tratti. Trasmettendo una gravità vicina alla realtà, contribuendo a cancellare quell’alone di “invisibilità” che la parola “rider”, forse per non far parte della nostra lingua, invece a parer mio amplifica.

Altro aspetto della vicenda che non approvo è… capisco che un passante resti scosso, sgomento, provi rabbia e impotenza, per essere presente ad una tragedia, capisco che la racconti ad amici e parenti, ma girare in video col malcapitato ancora intrappolato sotto il tram e poi pubblicarlo è immorale ed offensivo. (Ci mancava un selfie - autoscatto, con lo sfondo della tragedia).

Uno così quando torna a casa, chiama moglie e figli e dice: «Amore, bambini… indovinate che bel regalo vi ho portato sta sera?» e soddisfatto mostra il video che ha fatto al disgraziato, che magari a quell’ora è già mutilato. 

Ah… nooo, lo pubblica subito sulla sua pagina facebook, così oltre alla famiglia, potranno vedere il suo scoop - la notizia colleghi ed amici, e magari... lo usano anche in qualche TG.

Un amico del bar sotto casa, m’ha detto che oltre a questo video di 8 secondi, in rete ne “gira” una versione più lunga, nella quale si vedono anche le persone che riprendono il dramma.

Quando ero bambino, se in macchina passavamo vicino ad un incidente mio padre e mia madre ci ordinavano «Giù, giù, state giù che c’è un incidente. Non guardate!».

Certo da bambino la curiosità di sbirciare c’era, non posso negarlo, ma la consapevolezza che papà e mamma stavano proteggendoci dal vedere una “brutta cosa” ci faceva stare schiacciati, limitandoci a chiedere:
«Finito?» - «NO!!! Ve lo dico io quando alzare la testa» rispondeva mi madre che è sempre stata molto diretta e... convincente. 

Da adulto, ho continuato a voltare la testa (eccetto una volta*) e quando mi sono sposato, e con nostro figlio a bordo incrociavo un incidente, all'unisono gli ordinavamo «Giù, giù, stai giù che c’è un incidente. Non guardare!». Dio li fa, poi li accompagna.
Sono certo che ora anche lui/loro, quando passeranno vicino ad in incidente con la bambina a bordo, diranno « Anita giù, giù, che c’è un incidente. Non guardare!». 

Se vedom… Ivo

 

* L’eccezione si è verificata quando avevo un 16/17 anni, stavo andando in piazza Beccaria, in Comando da mio padre, quando in via Verziere angolo corso Europa ho visto un crocchio di persone.
Mi sono avvicinato e ci ho infilato la testa dentro.
A terra, che si teneva strette le mani alla pancia, c’era un uomo sulla trentina, scuro di carnagione, (intendo non un nero, allora erano super-stra-rarissimi) mi pare coi baffi, vestito un po’ alla John Travolta in “Grease” – tipo da discoteca - che lamentandosi diceva“Ahi, ahi, aia… Non voglio morire. Aiuto no voglio morire”. 

Il lamento era però così poco credibile (abituato alle magistrali interpretazioni degli attori professionisti quello era poco credibile) sollevava le gambe e sgraziatamente sembrava pedalasse in aria.
Mi sembrava che stesse facendo una “sceneggiata” piuttosto che gridare la sua sofferenza, era... “buffo” e sulla camicia chiara non notavo alcuna macchia di sangue.

Allora, pensando ad un malore, ho chiesto ad uno che mi era a fianco, cosa per raccontargli il fatto avvenuto proprio sotto le finestre del suo ufficio.
«Eh… sarà staa on terron che l’ha faa on quai coss che ‘l doveva minga faa» è stata la sua risposta.
Il giorno dopo el viejo - allora 42enne, mi ha detto che era stato un regolamento di conti e che quello che avevo visto era… morto.
M’ha preso un senso di amarezza, di delusione per non aver saputo riconoscere la gravità della situazione.

 

Nota. Naturalmente il link dell’incidente del fattorino no lo riporto e naturalmente non intendo contestare l'uso dei social network - rete sociale per comunicare, ma c'è modo e modo. Con la disponibilità di questi potenti mezzi di comunicazione, dobbiamo adottare anche un codice etico e di rispetto al prossimo. 

 

 

 

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